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Ott 25 2014

Alfabeto ebraico

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Paolo De Benedetti, L’alfabeto ebraico, Morcelliana

Un piccolo saggio che ci parla dell’alfabeto ebraico in grado però di calarci nella poesia ad ogni passo,o meglio, nell’atto stesso della creazione poetica e divina. Tutto questo perché nessun alfabeto,come quello ebraico,ci apre,ad ogni singola lettera,al mistero portando con sé spazi e silenzi dell’atto creativo e lo spessore originario del segno stesso. Come si legge nella premessa al testo : “quest’alfabeto è intriso di storia, di senso,di materia dell’uomo e di presenza di Dio”.
Ci si avvicina ad esso con “suggestione”e “rispetto”, consci di una doverosa sospensione dei
pre-giudizi e dei limiti delle proprie interpretazioni, poiché è proprio nell’essenza di queste lettere l’impossibilità di “approdare alla staticità di una definizione in sé conclusa”.
De Benedetti ci mostra come nell’ebraico la parola necessita di essere scritta, perché” l’alfabeto è uno degli elementi essenziali per la nascita-creazione del mondo”.
Le ventidue lettere,nel loro spessore, nella loro concretezza, “create da Dio come le montagne e i pesci”, hanno forma quadrata e non vi è casualità ma solo necessità anche nel loro ordine. Così, per esempio, la prima lettera, l’Alef, è silenziosa, ricca di “quel silenzio iniziale di Dio ma anche del suo parlare”. La seconda lettera, Bet , poiché ogni lettera è anche numero, indica il due, fondamentale nell’ebraismo dove”una cosa sola è uno ed è Dio, tutto il resto è due”.
Intramezzata alla sua analisi, finemente curata, di ogni singola lettera, l’autore accenna alle diverse, possibili forme di interpretazione, attenendosi a quella “più umile” dell’esegesi tradizionale e mettendo in luce i rischi delle speculazioni mistiche più estreme della qabbalà (facile è infatti il pericolo di “volare molto lontano”) oppure quello di cadere in un’estrema “laicizzazione” dell’alfabeto.
Ma nel mezzo degli estremi interpretativi è proprio il gesto del singolo, nel suo approssimarsi alle lettura, che apre alla possibilità di cogliere,come indicato nella citazione di Levinas, “fra tutte le parole della scrittura quella destinata solo a me e che scoprirò, forse, nella mia vita”. La ricerca del senso di finalità, di “adempimento”, ci appare così come un suggerimento e un cammino da intraprendere.
MlB

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Ago 22 2014

Sì, gli antichi ci riguardano

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L.Canfora,”Gli antichi ci riguardano”,Il Mulino
G.Colli,”La nascita della filosofia”,Adelphi
 
Raffronto (con un salto temporale di qualche decennio, ma in un abbraccio analogico ricco di suggerimenti) un recente libro di L. Canfora e un ormai classico testo di G. Colli, poiché riescono a mettere in discussione quei “porti solidi” delle certezze acquisite intorno al nostro tempo presente.
Il primo ci invita a volgere uno sguardo agli antichi non per trovare risposte sicure, ma proprio perché essi ” non hanno scelto alcuna via consolatoria”. È solo continuando ad interrogarli che possiamo infatti avvicinarci al loro “universo drammatico” per cogliere il divenire dei molteplici tentativi di “avviare a soluzioni senza peraltro mai raggiungerli”. Nella pluralità delle opinioni che si sono scontrate su temi sempre attuali possiamo oggi trovare non la risposta definitiva alle nostre domande, ma il vero senso del domandare, la forza viva della ricerca in azione.
Canfora ci invita a “scartare le soluzioni facili e le facili consolazioni” perché i valori del mondo antico possono entrare in conflitto tra loro, ma “lo scontro tra differenti visioni porta sempre ad una crescita”. La sfida del presente è quindi quella che si fa carico di uno sguardo che si svuota di sicurezze per fare proprie ed accogliere le pluralità, la complessità delle possibili alternative.
Uno sguardo che cerca ancora più indietro la mobilità originaria del pensiero, in uno spazio ancora libero dal vincolo dei significanti della scrittura lo troviamo nel testo di Colli che nell’età dei sapienti, che precede quella dei filosofi, coglie una “vitalità”, un fermento di possibilità che va via via affievolendosi nel passaggio dalla “Sophia” alla” Philosophia, dal sapere originario all’amore per la sapienza.
La sfera emozionale che accompagna le domande degli antichi, lo stupore in cui sfuma ancora lo svelamento del senso ci possono insegnare oggi a ritrovare uno spazio per ritornare ad essere “quei soggetti pensanti”, auspicati da Canfora, “che devono prendere il posto dei cittadini sudditi” per rimpossessarsi della capacità “di un’interpretazione propria dei fatti”,in una continua e mai appagata mobilità dell’interrogare.
MLB
 

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Mag 22 2014

L’ospitalità del femminile, Luce Irigaray (il Melangolo)

untitled Sul tema dell’ospitalità come rifugio e protezione, ecco un piccolo libro di Luce Irigaray, appena pubblicato da Melangolo e di grande attualità, “L’ospitalità del femminile”.
 
In un mondo che si sta facendo, a fatica, multiculturale e multirazziale, per aprire uno spazio all’altro che sia di vera accettazione delle differenze e non una subordinazione di diversità culturali, Luce Irigaray propone “spazi plurali di ospitalità”, in cui il primo gesto verbale è il silenzio che anticipa il linguaggio che “prepara l’incontro”. In questo spazio di reciprocità va ricercato il senso originario della parola, conservato in alcune lingue, che indica sia l’ospite sia l’ospitato in uno scambio che è arricchimento per entrambi. “Offrire ospitalità”, scrive Irigaray,”significa essere capaci di percepire i limiti del nostro mondo e di aprirlo per fare spazio a ciò che è altro”. Quanto di più vicino all’azione di dare nuova vita? In questo, l’atto dell’ospitare originario richiama uno spazio tutto femminile che deve essere in grado di relativizzare il nostro sguardo per accogliere le differenze e lo scambio. L’auspicio è il delinearsi di una nuova cultura che sappia sottolineare il valore del gesto dell’accogliere per creare un luogo in cui l’ospitalità si fa “coesistenza” e non più “integrazione”. Anche ai lettori che non condividano lo sfondo coerentemente “femminista” del bel saggio dell’Irigaray, possono cogliere l’attualità e l’urgente bellezza di un progetto che guarda all’universale fratellanza e sa cogliere una possibilità nella pluralità della differenza.
 
A cura di mlb, lettrice di professione e libraia per passione.
 

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Mag 15 2014

Jón Kalman Stefánsson, Paradiso e inferno (Iperborea)

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Un libro da leggere perché la scrittura di Stefánsson incanta unendo in sé la forza primordiale della natura e la bellezza della poesia.
 
Islanda, un secolo fa. Un piccolo villaggio di pescatori, stretto fra le imponenti montagne e i repentini mutamenti del mare, lotta per la sopravvivenza. In questo spazio reale e ancestrale al tempo stesso, la profonda amicizia tra un pescatore-poeta e un ragazzo viene recisa tragicamente quando, in mare aperto, una burrasca accompagnata dal vento gelido del nord uccide il poeta che, ammaliato da un verso del “Paradiso perduto”, ha commesso una fatale imprudenza nei preparativi alla battuta di pesca. Alla morte del pescatore consegue uno sradicamento nella vita del ragazzo, che nulla ha potuto fare per salvare l’amico. Portando dentro di sé la tragedia, in un dolore ancora non condivisibile, il giovane deve mettersi in cammino e compiere un viaggio iniziatico verso il suo destino. Ma saranno proprio le “parole salvifiche” della poesia, di cui anche lui serba l’incanto e la potenza, a guidarlo lungo il percorso, in una natura a tratti maligna e inospitale. E saranno due donne ad aprirgli il cuore e a fargli scorgere nella tacita accoglienza una possibilità nuova di vita e di speranza.
 
A cura di mlb, lettrice di professione e libraia per passione
 

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